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Conseguenze del caos climatico e crisi del sistema politico, economico e normativo della comunità industriale globalizzata

In tale scenario complesso, il caos climatico mette dunque naturalmente in discussione il sistema politico, economico e normativo della comunità industriale globalizzata, fondata sull’utilizzo dei combustibili fossili, e nel contempo minaccia, già oggi, l’esistenza stessa delle popolazioni non dipendenti da questi ultimi.

La crescente intensità ed imprevedibilità del sistema climatico implica, in effetti, gravi conseguenze, sia nei paesi industrializzati sia nei cosiddetti paesi in via di sviluppo.

L’estrema vulnerabilità delle popolazioni del sud del mondo, già provate dalla crisi alimentare, dalla penuria di acqua potabile e dalla carenza di strutture igienico-sanitarie adeguate, ne diminuisce drasticamente la resilienza climatica, ovvero la capacità di adattamento alle sollecitazioni del clima. Sono proprio coloro che già si trovano in difficoltà grave, dunque, a subire gli effetti maggiori del caos climatico, sia in termini di destabilizzazione dei sistemi di sostentamento, sia in quelli del numero di vittime e di migrazioni forzate. Basti pensare che, negli ultimi cinque anni, più del 96% dei decessi collegati ai disastri naturali si è verificato nei paesi in via di sviluppo. A tale percentuale si somma l’aumento delle vittime di malattie endemiche tropicali come la malaria, la quale si manifesta ad altitudini sino a pochi anni fa ritenute sicure e pertanto sedi di grandi insediamenti umani.

Il numero di profughi ambientali, per lo più provenienti dalle aree più povere del pianeta è anch’esso in continuo aumento e supera quello dei profughi di guerra. Secondo un recente rapporto1 del Center for International Earth Science Information Network (CIESIN) della Columbia University di New York, le popolazioni che dipendono dal sistema acquifero dei ghiacciai himalayani sono esposte a inondazioni e smottamenti nel breve periodo, e a siccità e desertificazione nel lungo periodo. Le grandi megalopoli nelle zone costiere sui delta dei grandi fiumi, quali il Gange, il Mekong e il Nilo rischiano la migrazione forzata a causa dell’innalzamento dei mari: 23 milioni di persone circa nel caso dell’innalzamento di un metro e circa 34 milioni se il livello dal mare salisse di 2 metri. Per lo stesso motivo, gli abitanti degli arcipelaghi più bassi sul livello del mare, quali ad esempio le Maldive e le isole Tuvalu, potrebbero essere tra breve costretti ad abbandonare le proprie terre.

1 Il rapporto è scaricabile dal sito http://www.ciesin.columbia.edu/documents/clim-migr-report-june09_final.pdf

A cura di Alice Benessia, Maria Bucci, Simone Contu, Vincenzo Guarnieri.


23 interventi  
  • Hannah ha scritto:
    25 ottobre 2014 alle 08:39

    Could you send me an application form? Order Bupropion Online The system has three powerhouses, two of which were taken offline Saturday because of possible damage. The third, Moccasin Powerhouse, was still generating power on Saturday, according to the San Francisco Public Utilities Commission.

  • Destiny ha scritto:
    25 ottobre 2014 alle 16:51

    Could I order a new chequebook, please? fighting costo del diflucan observer submit The forecast comes from a new computer model, which is dubbed the “Hurricane Genesis and Outlook” (HUGO) project. Pietrafesa says the model works by incorporating several current atmospheric and oceanic conditions, and then looks back throughout recorded hurricane history to find a year with similar weather conditions. Once it finds a year that’s similar, it determines how many hurricanes made landfall that season and uses that to make the current forecast.

  • Sara ha scritto:
    25 ottobre 2014 alle 18:14

    Yes, I love it! potter is 20mg of accutane enough herring To prevent this parade of horribles, the United States needs to initiate a more robust policy — but one that still stops short of U.S. ground troops in Syria. Such a policy could prove effective. But it would require the administration to:


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