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La clessidra: denutrizione e malnutrizione

Con la liberalizzazione dei capitali e dei mercati, avvenuta a partire dagli anni novanta, in alcuni stadi fondamentali della catena che unisce i campi alle tavole, il potere è concentrato nelle mani di pochi. Se si considera il numero di attori coinvolti nell’intero processo di produzione, lavorazione, distribuzione e vendita di un prodotto agricolo, ad esempio il caffè, si ottiene un’immagine simile ad una clessidra (Patel 2009). Le due basi rappresentano il numero totale di produttori, da un lato, e quello dei consumatori finali dall’altro. Gli accordi internazionali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) favoriscono l’esportazione di materie prime non lavorate da parte dei paesi del Sud globale. Ciò significa, per le cosiddette economie emergenti del Sud, rinunciare al valore aggiunto dei prodotti lavorati (Sachs e Santarius 2007). Il punto più stretto del collo della clessidra è così rappresentato da un numero esiguo di venditori ed acquirenti aziendali di materie prime da un lato e di prodotti di vendita dall’altro. Il mercato globale, che prevede un flusso di merci intercontinentali ad alta potenza, è dunque, di fatto, gestito da pochi attori con grande potere logistico e finanziario. In effetti, più grande è un’azienda, più muove trasporti e meno le costerà rimanere sul mercato. Quando il  numero di aziende che gestisce il passaggio dai produttori ai consumatori è ridotto, le imprese – e più in generale il mercato finanziario nel quale tali aziende sono immerse – esercitano la loro influenza sia sulle persone che coltivano e allevano il cibo sia sulle persone che lo mangiano. Le manifestazioni estreme della crisi alimentare attuale, la denutrizione e la malnutrizione croniche, sono connesse ai meccanismi impliciti nello schema a clessidra. Vediamo come.

Uno degli effetti delle politiche alimentari neoliberiste è stato quello di favorire, nei paesi del Sud globale, le agricolture intensive e le monocolture da esportazione- si pensi dalla soia, al cotone, al riso e al caffè- le quali hanno progressivamente sostituito le agricolture di sussistenza. Negli ultimi vent’anni, mentre l’Europa e gli Stati Uniti proteggevano i loro agricoltori, su incoraggiamento delle politiche neoliberiste della Banca Mondiale e più recentemente dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, i paesi del Sud hanno gradualmente eliminato l’intervento pubblico nel settore agricolo. In mancanza di protezioni economico-sociali da parte dei governi locali, i proprietari di piccoli appezzamenti si sono trovati a dover concorrere sempre più da vicino con le grandi aziende agroalimentari globalizzate e a dover dunquevendere la loro terra. La transizione verso le monocolture da esportazione, favorita dalle amministrazioni locali nell’intento di promuovere lo sviluppo economico, è stata dunque accompagnata da una progressiva espropriazione dei contadini, oggi per lo più lavoratori dipendenti per grandi aziende produttive. La biodiversità alimentare è così diminuita drasticamente[1] e le cosiddette economie emergenti si sono trovate ad importare i beni alimentari che fino a pochi anni fa erano prodotti localmente. I prezzi dei prodotti importati, soggetti alle fluttuazioni del mercato globale, sono aumentati e il potere d’acquisto delle popolazioni locali, sempre più ancorato ai salari minimi, è drasticamente diminuito. Il risultato è che i beni alimentari di sussistenza sono oggi troppo cari per un crescente numero di persone[2].  Ciò significa denutrizione cronica nei paesi del Sud, e malnutrizione nei paesi del Nord, dove prevale, in forma sempre più generalizzata, il consumo di prodotti a basso costo ai quali corrisponde, nel sistema della grande distribuzione, un cibo di bassa qualità[3].

A cura di Alice Benessia, Maria Bucci, Simone Contu, Vincenzo Guarnieri.


[1] Oggi coltiviamo prevalentemente 4 tipi di piante per il commercio globale (mais, soia, riso, cotone) mentre l’umanità ha coltivato più di 8.500 piante (Shiva 2005).

[2] L’emergenza alimentare del Niger nel 2005 è un esempio di come si possano confondere crisi strutturale e crisi congiunturale. Colpito da una grave siccità e da un’invasione di locuste, il paese entrò quell’anno in uno stato di emergenza alimentare grave. La causa fu attribuita agli evidenti e repentini stress ambientali, ma le rilevazioni successive stabilirono che produzione agricola era scesa del solo 7.5 %. Pur scatenata dalle locuste e dalla siccità, la crisi alimentare aveva, in effetti, origine nella drastica diminuzione dell’agricoltura locale a favore di quella da esportazione avvenuta qualche anno prima. In tale scenario, l’esigua diminuzione della resa agricola ebbe, di fatto, un impatto drammatico sulla popolazione poiché eliminò il piccolo margine di autosussistenza rimasto e costrinse i coltivatori, il cui potere d’acquisto era del tutto insufficiente, alla fame (Napoleoni 2008).

[3] Il cosiddetto “junk food” ovvero “cibo spazzatura” è associato ad un’alimentazione di origine industriale, ricca di grassi e zuccheri e priva di micronutrienti fondamentali. Ne sono un esempio le bevande gassate, tra le maggiori responsabili di forme diabetiche nei bambini e negli adulti, e le carni industriali a basso costo. La malnutrizione da cibo spazzatura colpisce maggiormente le fasce più povere delle popolazioni sia nei paesi del Nord industrializzato, sia nei paesi del Sud globale. Negli Stati Uniti, il tasso di obesità nelle comunità ispaniche e afro-americane è del 50% superiore a quello delle comunità bianche.


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