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Le biotecnologie agricole come esperimento tecno-finanziario

Meno dibattute a livello globale sono le pur significative conseguenze economiche e sociali dell’agricoltura biotech su larga scala. La ricerca e l’implementazione biotecnologica sono state associate, sin dalle loro origini, alla possibilità di brevettare gli organismi viventi geneticamente modificati, semplici e complessi[1], aprendo le porte del mercato ai beni comuni organici e alla biodiversità sul pianeta. In particolare, i semi geneticamente modificati sono brevettati dalle grandi industrie biotecnologiche che li producono e non possono pertanto essere conservati e riutilizzati per colture successive. Le pratiche di conservazione, miglioramento e scambio di sementi fondate su una concezione della biodiversità come patrimonio comune sono oggi sostituite da rapporti economici tra le multinazionali biotech e i coltivatori.

La globalizzazione dei mercati e dei capitali, che ha favorito la trasformazione dell’agricoltura di sussistenza nella monocoltura da esportazione, ben si adatta alla logica dell’industria biotecnologica. Inseriti nel mercato finanziario globale, i contadini delle cosiddette economie emergenti, quali ad esempio l’India, si trovano, attraverso il meccanismo dei brevetti, a dipendere economicamente dalle condizioni imposte loro dalle grandi multinazionali e sul medio e lungo periodo non riescono a farvi fronte. All’indebitamento segue la vendita forzata della terra e, purtroppo sempre più spesso, la miseria. L’aumento del tasso di suicidi e dei flussi migratori forzati verso i paesi del Nord industrializzato sono alcune fra le molteplici manifestazioni dellacrisi dell’agricoltura di sussistenza, inasprita dalla diffusione dell’agricoltura biotecnologica[2].

Al di là delle controversie scientifiche, peraltro molto marcate, sia sugli effettivi benefici, sia sui possibili rischi, le biotecnologie sono dunque oggi difficilmente sostenibili dal punto di vista etico e politico poiché, di fatto, attraverso il meccanismo dei brevetti, implicano l’appropriazione da parte di pochi attori, le multinazionali biotech quali Monsanto e Novartis, di beni comuni globali, contribuendo in modo sostanziale ad aumentare la dipendenza dei soggetti più vulnerabili dai flussi di capitale e di merci globali e a diminuire la loro capacità di auto-produzione (Shiva 1999, Sen 1982).

A cura di Alice Benessia, Maria Bucci, Simone Contu, Vincenzo Guarnieri.


[1] Il primo organismo unicellulare fu brevettato nel 1980 da Chakrabarty (Diamond vs. Chakrabarty 447 U.S. 303), il primo organismo complesso, un topo predisposto ad un carcinoma mammario, il cosiddetto “Oncomouse”, fu sviluppato dll’Università di Harvard e brevettato dalla multinazionale Du Pont, negli Stati Uniti dopo alterne vicende legali nel 1988. Per approfondimenti sul tema si veda l’articolo di Mariachiara Tallacchini dal titolo “La trappola e il topo: la brevettabilità della materia vivente” (Tallacchini 2005).

[2] Il tasso di suicidi tra gli agricoltori, in particolare in India, è negli ultimi anni oggetto di analisi preoccupazione a livello internazionale. Si veda a tal proposito la voce su Wikipedia  “Farmers suicides in India” e l’articolo sul NY Times del 2006 “On India’s Farms, a Plague of Suicide”.


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