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Localizzazione e sovranità alimentare

Se la quantità totale di derrate alimentari presenti sul territorio è una questione che non sembra riguardare i paesi del Nord industrializzato, nei quali si spreca sino al 40% del cibo edibile e si combatte l’obesità, la questione dell’accesso ad un cibo sano, nutriente, vario, compatibile con gli ecosistemi locali, a basso impatto climatico e ambientale, ed infine a buon mercato, riguarda direttamente i consumatori occidentali, al pari degli abitanti del Sud del mondo. Il cibo come diritto è dunque una questione globale e va affrontata in modo locale. In tale nuovo paradigma culturale, al principio della sicurezza alimentare, incentrato sull’aumento del rendimento agricolo, si sostituisce quello di sovranità alimentare, che implica il recupero del legame profondo e diretto, di natura culturale sociale, politica, ambientale e naturalmente economica, tra gli insediamenti umani e gli ecosistemi che li sostengono.

La localizzazione dei sistemi di produzione e distribuzione, invocata in anni recenti da sempre più numerosi movimenti di democratizzazione del sistema alimentare[1], permette, in effetti, di ridurre i trasporti e dunque l’impatto climatico, mentre le catene brevi di produzione e approvvigionamento, le cosiddette filiere corte, assicurano un accesso più democratico, una migliore qualità e freschezza dei cibi ed una maggiore diversificazione culturale. All’agricoltura chimica della rivoluzione verde ed ai CAFO, dipendenti da pesticidi, fertilizzanti, ormoni e antibiotici, ed alle loro evoluzioni biotecnologiche[2], fondate sui brevetti sulla vita, si sostituiscono in tale prospettiva un’agricoltura  ed un allevamento locali, di piccola scala, biodiversi e fondati sui principi dell’ecologia agraria[3] (Shiva 2009 e 2006, Pollan 2008, Sachs e Santarius 2007).

A cura di Alice Benessia, Maria Bucci, Simone Contu, Vincenzo Guarnieri.


[1] L’associazione Slow Food e la rete di Terra Madre, con sede a Torino, sono all’avanguardia in Italia e nel mondo nella valorizzazione e nel coordinamento dei movimenti di democratizzazione del cibo.

[2] L’invocata “rivoluzione genica” include anche la modificazione genetica degli animali da allevamento.  In inglese il termine gene revolution, rivoluzione genica,  è utilizzato per la sua assonanza con la green revolution, rivoluzione verde.

[3] Non usiamo qui di proposito il termine “agricoltura biologica” perché in anni recenti è andato ad indicare un tipo di produzione agricola a basso impatto chimico, dunque in linea di principio migliore dal punto di vista nutrizionale, ma ancora fondata sulla monocoltura, sul commercio a lunga distanza e sulla produzione industriale da esportazione.


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